Square of the Dead

Pubblicato: 5 giugno 2012 in urbanistica

il sole  e il suo fratello scemoIn morte delle piazze : la piazza muore per narcisismo che è ottusa cecità al senso delle relazioni sociali, per il barricarsi isterico dietro spicciole opinioni al posto della condivisione di idee. Non è più lo specchio di ciò che si è insieme agli altri, il tempo per questo non c’è più, ma senza gli altri ogni forma d’autentica autocoscienza di ciò che si è, è impossibile. Resta il simulacro di ciò che si vorrebbe essere. Il centro commerciale invece della piazza. “Gli unici parametri possibili di misura del cambiamento sono quelli delle trasformazioni in qualche modo misurabili, il pesa, l’altezza, l’ingrassamento o quelli misurabili dalla mediocrità del semplice giudizio sociale, bello, brutto, buono, bravo etc. in questi ultimi venti anni siamo arrivati di corsa addirittura ad incarnare direttamente il modello della vetrina di noi stessi, vetrina in cui a guardare sono solo gli altri dall’esterno, così che l’autocoscienza che all’individuo rimane è soltanto quella che si rifà al loro giudizio e alla rifrazione delle opposte vetrine degli individui isolati, tra cui a prevalere è un semplice Noi”. Un Noi che non significa più Io, ma ‘ nessuno Io’. .” “La cultura dominante è divenuta così oggettiva da stare riuscendo nel rendere tutto così soggettivo nel senso deteriore, nel senso cioè della perdita di contatto con la realtà sociale dei problemi e delle contraddizioni individuali, si mantiene sulla capacità di aumentare la diffidenza fra le persone e la loro incapacità di vivere la loro esperienza di vita in relazione a quella del proprio gruppo, sul sedare la capacità di guardare la realtà al di là della deformazione della rappresentazione oggettivata che questo presente dà di se stesso attraverso la comunicazione di massa. Le parole del narcisista hanno lo stesso ritmo della serie delle pubblicità e dello scorrere delle trasmissioni, in cui l’apparenza del sistema giustifica se stessa come essenza, a ripetizione, all’infinito e a ciclo continuo, con il fine di estenuare l’ultima residuo della capacità d’una memoria storica. Che anzitutto è una memoria per il futuro, e cioè l’unica base possibile dell’immaginazione.”(www.cittàfuture.org)

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