Archivio per la categoria ‘urbanistica’

questo paese ha in dote un patrimonio che va gestito nella sua complessità, il patrimonio artistico è legato a quello architettonico, quello architettonico a quello urbano e paesistico. Prendere atto di questa enorme risorsa non è solo un modo per “mangiare con la cultura” ma di vivere bene, come italiani nei modi e nei tempi che sono connaturati al nostro territorio. Nei modi, senza pensare di dove vivere del fumo delle fabbriche o di pellegrinaggi in ottusi metri cubi di supermercati nel 2013, nei tempi, senza dover inseguire  consumi e uso dell’auto schizoide e ingiustificato da telefim americano di pessima categoria, non siamo in USA, abbiamo un territorio opposto dal punto di vista della conformazione geologica e antropologica. Senza soffermarmi per il momento su i singoli casi “che chiedono vendetta” tipo Agrigento o le ville venete, dove beni culturali inestimabili confliggono con pessime periferie che ne minano la percezione stessa come bene culturale prima che artistico, la mia proposta si fonda soprattutto sul considerare che i problemi  fisici-estetici-funzionali delle espansioni-lottizzazioni degli ultimi decenni sono legati a quelli mentali-culturali-comportamentali degli abitanti. Cambiando la percezione del luogo di vita, con  la cura e l’orgoglio della promozione delle radici culturali cambia anche l’assetto  comportamentale di chi vive, si sa. Se ogni cittadino si sente appartenente alla comunità funziona come un antidoto al degrado.Propongo di utilizzare una strategia che all’estero ha già avuto applicazioni, è la demolizione parziale degli edifici,“concertata” con gli abitanti stessi attraverso laboratori di progettazione partecipata . I laboratori posso prendere avvio per motivi sia di ripromozione e tutela del patrimoni esistente, aprendo visuali che permettano al monumento di “respirare” e potendo nei suoi paraggi innescare una buona architettura che usi meno suolo magari dedicata ad attività  turistiche, sia di riacquisizione di suolo agricolo in luoghi in cui le aree agricole siano state bestialmente non pensate , e si trovino a confinare con capannoni industriali, peraltro ormai vuoti, sia di riqualificazione del vivere urbano e di risparmio energetico nelle periferie.

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sono urbanista, da venti anni la parola stessa “urbanistica” è stata resa priva di valore in tutto il territorio nazionale, e questo contro tutte le ragioni di natura e di tutela storica-ambientale artistica, una vera pazzia. Intorno alla fine degli anni 80 lavorai al piano paesistico regionale delle Marche, tutti noi studenti immaginavamo un territorio compreso e valorizzato nelle sue caratteristiche pedemontane, piccoli borghi distanziati tra loro da un sapiente secolare uso agricolo del territorio e una costa a vocazione turistica con piccoli insediamenti caratterizzati a circa 20 km uno dall’altro . Confrontando le foto di allora allo stato attuale sembra di vivere un incubo, sembra ci abbiano preso totalmente per i fondelli a partire proprio da quel piano paesistico che invece di essere la partenza di un bel sogno di gestione del territorio da lasciare alle future generazioni, ha segnato la fine stessa della pianificazione a favore del brokeraggio “da colata” becero e diffuso. Io stessa ho parlato con agricoltori,(figli di agricoltori però ora impiegati in banca) convinti di fare soldi facili, che venivano a chiedere quanti metri cubi, quanta lottizzazione, quanti soldi. La qualità urbanistica e edilizia del costruito negli ultimi venti anni è palesemente scarsa e pericolosa per il contesto idrogeologico, culturale, paesistico e architettonico. Ancor più psicologicamente destabilizzante per chi si trova a nascere e abitare in un territorio di nessuno, dove qualsiasi riferimento geografico, monumentale, di identità sociale è cancellato da un blob cementizio anonimo.Propongo piani mirati paesistici di demolizione e riqualificazione a fini ricettivi, agricoli e di promozione turistica, previo esproprio e compartecipazione dei proprietari. Propongo uffici tecnici gestiti a livello sovracomunale, meno “sensibili” al proliferare dissennato delle sirene speculative del quartierino.

la visone bioculare di cui la selezione genetica ci ha dotato fa parte dell’apparato più raffinato e sensibile come tale di possibili successive modificazioni. Essere assorbiti, dalla nascita in poi, per ore e ore ogni giorno dalla visione totalmente assiale e passiva delle immagine della tv, produce modifiche di tale sensibile apparato. E siccome l’occhi e la mente sono collegati da specifiche attività neuronali, qualsiasi modifica percettiva a livello visivo si traduce in modifica percettiva della risposta psicologica all’ambiente. Gìà ora sono state registrate ve modificazioni dell’assetto neuropercettivo degli stimoli che non prevedono più la reattività a 360°, ad esempio, degli stimoli uditivi, questi sono percepiti ottimamente solo se provenienti da fonti assiali, lo schermo tv.

negli ultimi venti anni anche vivere il territorio, un territorio sempre più piatto e anonimo, dove la speculazione edilizia ha di fatto annullato le emergenze paesistiche e culturali che sapevano orientare e dare senso di appartenenza all’individuo, ha subito un’amputazione percettiva fisica e psicologica. Fisica, poichè progetti dii trasporti pubblici “sensati”, cioè che si adattavano alla specificità del territorio, sono stati abbandonati e misconosciuti, psicologica perchè l’anonimato degli spostamenti in auto segna le nuove generazioni che hanno perso parte dell’intelligenza “spaziale”, una facoltà che ha segnato la sopravvivenza stessa del genere umano sulla terra.

non spremiamo la città

brontosauri

 

Square of the Dead

Pubblicato: 5 giugno 2012 in urbanistica

il sole  e il suo fratello scemoIn morte delle piazze : la piazza muore per narcisismo che è ottusa cecità al senso delle relazioni sociali, per il barricarsi isterico dietro spicciole opinioni al posto della condivisione di idee. Non è più lo specchio di ciò che si è insieme agli altri, il tempo per questo non c’è più, ma senza gli altri ogni forma d’autentica autocoscienza di ciò che si è, è impossibile. Resta il simulacro di ciò che si vorrebbe essere. Il centro commerciale invece della piazza. (altro…)